Nel dibattito tecnico contemporaneo, si tende spesso a ridurre il Building Information Modeling (BIM) a una mera evoluzione della rappresentazione grafica, una sorta di "CAD potenziato" in tre dimensioni. Tuttavia, limitare la visione a questo aspetto significa ignorare la reale portata di una metodologia che sta riscrivendo le regole del gioco nell'intero comparto delle costruzioni. Il BIM non è un software, ma un processo collaborativo basato su modelli digitali carichi di dati, capace di influenzare non solo la fase di progettazione, ma di fatto l’intero ciclo di vita di un edificio o di un’infrastruttura.
Il cuore di questa rivoluzione risiede nell’interoperabilità e nella gestione centralizzata delle informazioni. In un cantiere tradizionale, la frammentazione dei dati tra i diversi attori — progettisti, strutturisti, impiantisti e imprese — è spesso causa di inefficienze, varianti in corso d'opera e lievitazione dei costi. L'adozione del BIM permette invece di creare un "gemello digitale" (Digital Twin) dell'opera, dove ogni elemento architettonico è associato a parametri tecnici, temporali e di costo precisi. Questa simulazione preventiva consente di individuare le interferenze (le cosiddette clash detection) molto prima che si possano manifestare fisicamente in cantiere, trasformando l'imprevisto in una variabile calcolata.
Tra l’altro – elemento questo troppo spesso sottovalutato - l’impatto del BIM risulta essenziale anche sulle fasi di Facility Management: una volta conclusi gli step di realizzazione dell’opera, il modello digitale non esaurisce la sua funzione, ma evolve in un archivio dinamico fondamentale per la manutenzione programmata. Avere accesso immediato alle schede tecniche dei materiali, alla posizione esatta degli impianti o alla cronologia degli interventi strutturali significa abbattere i costi di gestione nel lungo periodo e garantire una sicurezza dell'opera basata su dati oggettivi e non su ipotesi.
Occorre sottolineare che oggi l'orientamento normativo, sia a livello europeo che nazionale, ha iniziato a puntare con decisione verso l'obbligatorietà di tale standard per gli appalti pubblici di una certa rilevanza. In questo scenario, la digitalizzazione non è più una scelta opzionale legata al prestigio dello studio di progettazione o dell'impresa edile, ma un requisito indispensabile per garantire la trasparenza, il rispetto dei cronoprogrammi e la sostenibilità economica delle opere. Del resto, investire nella cultura BIM significa, in ultima analisi, scegliere un linguaggio comune che permette di costruire con maggiore precisione, riducendo gli sprechi e restituendo centralità alla qualità del progetto.
Infine, ci fa piacere ricordare che un ulteriore salto di qualità nella metodologia BIM è attualmente rappresentato dalla sua integrazione con i criteri di sostenibilità ambientale e l’analisi del ciclo di vita dei materiali (Life Cycle Assessment). Attraverso il cosiddetto "BIM verde" o 6D, è possibile simulare le prestazioni energetiche dell'edificio già nelle prime fasi del concept progettuale, valutando l'impatto di diverse soluzioni di isolamento o l'orientamento ottimale per lo sfruttamento della luce naturale. Questo approccio non si limita a ridurre i consumi operativi, ma permette di contabilizzare l'energia incorporata nei materiali stessi, facilitando il rispetto dei protocolli di certificazione come LEED o BREEAM e l'allineamento ai requisiti tecnici richiesti dai moderni criteri ambientali minimi (CAM). In quest'ottica, il modello digitale diventa lo strumento d'elezione per una progettazione che sia realmente consapevole dell'impatto dell'opera sul territorio e sulle risorse globali.